ASSUEFAZIONE TECNOLOGICA:
giovanni da monreale

In occasione della collaborazione con l'assessorato alla cultura del Quartiere 5 di Firenze abbiamo intervistato alcuni artisti attivi sul territorio. Per il terzo appuntamento siamo stati al Parco di San Donato a Novoli in occasione dell’installazione di un’opera da parte di Giovanni da Monreale.

Originario di Monreale, vive e lavora tra Carrara e Pietrasanta. Dopo il diploma ha conseguito la Laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo e la specializzazione presso quella di Carrara. Utilizza la scultura e le piazze per far riflettere e sensibilizzare le persone nei confronti di un problema sempre più evidente nella nostra quotidianità: l’uso smodato dei dispositivi elettronici, in particolare da parte dei bambini.

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U: Parliamo della tua formazione. Hai fatto prima l’accademia di belle arti a Palermo e poi a Carrara. Hai scelto sin dall’inizio la scultura. Quando hai capito che era l’espressione artistica che faceva più al caso tuo?

G: Ho cominciato ancora prima frequentando l’Istituto d’Arte a Monreale, il mio paese d’origine. L’arte mi è sempre interessata sin da piccolo, difatti disegnavo sempre. Quando ho toccato l’argilla per la prima volta è stato un colpo di fulmine, se ne era accorto persino il professore. Dopo aver concluso le superiori ho deciso di iscrivermi all’Accademia di Belle arti di Palermo. Conclusi i tre anni, conscio che la scultura ha bisogno di uno studio tecnico continuo, ho cercato un posto dove si studiasse e si lavorasse a livello professionale in questo campo e Carrara era il posto ideale. Sono rimasto a vivere tra Carrara e Pietrasanta.

U: La scelta di vivere a Pietrasanta è legata al fatto che la Toscana potesse darti un qualcosa in più a livello di ispirazione?

G: Quello sicuramente. La Toscana è una regione bellissima, sia a livello paesaggistico che culturale e sociale. A me poi piacciono i toscani. Un’altra cosa molto importante è che c’è lavoro. Finita l’accademia per specializzarmi ho iniziato a lavorare per diversi artisti, questo per una decina d’anni. Ho collaborato con artisti, laboratori di marmo, fonderie, sempre con l’idea di diventare uno scultore. Fatto questo percorso di collaborazione ho imparato il mestiere ma sentivo che mi mancava qualcosa perché come artista la mia produzione era limitata a qualche mostra o poco più. Questo non mi bastava, così decisi di iniziare a installare sculture, inizialmente senza permessi, anche perché sono sculture particolari, non se ne vedevano in giro.

U: Nella tua produzione la tematica fondamentale è la sensibilizzazione verso l’uso smodato della tecnologia, che può essere vista sia negativamente che positivamente. Era un argomento che già avevi ponderato di analizzare oppure l’hai sviluppato andando avanti nella specializzazione della tecnica scultorea?

 

G: Attraverso l’arte ho sempre cercato anche in precedenza di far riflettere le persone. Avevo già realizzato alcune sculture di piccole dimensioni che si approcciavano all’argomento. Ho notato negli ultimi anni che la tecnologia ha preso il sopravvento su tutti; dunque, ho deciso che fosse importante parlarne. se usata bene può aiutarci tantissimo, basta pensare alle chiusure dovute alla pandemia. La tecnologia ci ha permesso di restare in contatto. Il problema sussiste quando l’utilizzo di questi dispositivi diviene costante, soprattutto nei bambini. Ormai accade sempre più spesso che stiano gran parte del giorno davanti ad uno schermo, Il mio obiettivo è quindi concentrare l’attenzione su questa situazione, che nelle mie opere prende come soggetto i bambini ma che riguarda tutti, anche gli adulti. Ognuno si rivede un po' nelle sculture.

 

U: Per quanto riguarda il tuo approccio all’installazione accennavi prima a non chiedere permessi. Li definisci “BLIZT”, spiegaci meglio…

 

G: Dato che ottenere i permessi è molto difficile le prime sculture le ho messe senza autorizzazioni. Ho scelto dei posti più periferici o di recupero urbano, in modo che l’inserimento di un’opera possa migliorare l’area prescelta. Ho iniziato prima facendo dei sopralluoghi, dopodiché istallavo. L’idea è sempre stata quella di realizzarne e inserirne molte nel contesto urbano. La prima è stata a Pietrasanta, poi sono stato a Torino, Lucca, Livorno, cercando di girare l’Italia e installare più opere possibili.

U: Hai detto che fai dei sopralluoghi e poi scegli il posto, per quanto riguarda invece la città prescelta c’è un motivo particolare che ti spinge a sceglierne una anziché un’altra?  

G: In tutte le città dove sono stato c’è un legame personale con il luogo, sia perché in alcune ci ho vissuto sia perché sento a livello personale che devo andare in quel posto preciso.

Una cosa che ci tengo a precisare è che nonostante nessuna delle prime installazioni fosse autorizzata non ho mai ricevuto una multa, c’è stata molta sensibilità rispetto a ciò che volevo e voglio proporre. Quando c’è stato qualche problema mi hanno chiamato, come ad esempio a Lucca, chiedendomi di rimuoverle poiché la notte le persone chiamavano le forze dell’ordine credendo fossero bambini abbandonati. Accade spesso che le installazioni siano scambiate per reali. Sempre a Lucca, ricontattando il comune, mi è stato chiesto di posizionare quella rimossa in un altro luogo della città.

U: Molto spesso vengono danneggiate…

G: Sì, purtroppo. La prima che ho realizzato, ancora sperimentale, non aveva ancora struttura interna, ma era realizzata con una resina leggera fissata con il mastice. Un primo approccio anche per capire come si sarebbero interfacciare le persone a quest’ultima. Con il tempo le sculture sono divenute sempre più resistenti, con armature sempre più grosse all’interno, saldate, divenendo più difficili da rompere o danneggiare. Voglio che siano durature nel tempo, per questo adesso utilizzo anche in cemento armato, che mi sta dando parecchie soddisfazioni, restando anche più opaco, quindi più naturale.

U: Molto spesso l’arte contemporanea è di difficile interpretazione, le tue opere invece sembrano lanciare un messaggio molto chiaro e diretto anche per i bambini, che sono, tra l’altro, i soggetti di esse

G: Sono d’accordo. Alcune opere sono belle ma non si riescono a capire e una certa parte della popolazione non le capisce, limitando la comprensione del solo pubblico più colto. Il mio fine era lanciare un messaggio senza troppe interpretazioni, senza toglierle completamente, ma di immediata comprensione.

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U: Con i tuoi interventi ti definiresti un “urban artist”? A tal proposito, qual è la situazione a livello istituzionale verso le tue opere? Questa è una collaborazione con il Quartiere 5.

G: Sicuramente sì. Per quanto riguarda il progetto, avevo in mente di installare una scultura a Firenze già da qualche anno. Casualmente all’inaugurazione di un’opera a Santa Croce sull’Arno ho incontrato Claudia Trevisori che mi ha messo in contatto con i vertici del quartiere in cui vive. Mi presentò Andrea Ciulli (referente alla cultura del Q5 N.D.R.). Io comunque arrivavo a Firenze con un bagaglio di sculture installate prima. Ho fatto il sopralluogo in diverse zone e ho pensato che il Parco di San Donato fosse il posto ideale. C’è anche il parco giochi dei bambini accanto, invogliandoli a scoprire l’opera insieme ai genitori. Una volta presentato il progetto e scelto il luogo, la proposta è andata in commissione, che poi ha approvato il tutto.

U: È molto importante che ci sia interesse da parte delle istituzioni verso queste proposte, spesso altrimenti, scambiate per vandalismo, quando invece arricchiscono il territorio e aprono la mente. Già dai primi interventi nel 2013…

G: Esatto, sin dal principio ho cercato di contribuire a riqualificare le periferie e altri luoghi. Nel caso del parco di San Donato è invece un qualcosa in più, dato che è molto bello ed è già stato simbolo di riqualificazione in precedenza. Per dare ancora più valore allo spazio intorno, esaltando la stessa opera. L’idea dell’installazione urbana è anche legata al concetto di uscire dall’istituzione museale per interfacciarsi con l’esterno, un’arte di tutti e alla portata di tutti.

U: Hai tratto ispirazione da qualche artista in particolare per le tue “invasioni urbane”?

G: Scultori che fanno arte urbana ce ne sono pochi, ci sono esempi di arte monumentale, ma è un po' diversa, spesso la vedi sopra dei basamenti enormi, giganti. Io cerco di creare cose più a misura d’uomo.

Ho visto tanti street artist più pittori, come ad esempio Banksy, in scultura ho un’influenza che spazia molto, ognuno di quelli studiati mi ha lasciato qualcosa. Siamo figli delle esperienze degli artisti precedenti. È stata più che altro una serie di pensieri: portare l’arte fuori dai luoghi chiusi, recuperare alcuni ambienti, creare qualcosa che faccia riflettere.

U: la prima volta che hai ideato le tue opere come hai strutturato il progetto?

G: È iniziato un giorno mentre ero in bicicletta, guardando una panchina degradata ho immaginato un bambino che giocava al cellulare. Da lì è nato un po' tutto. Ho fatto un modello piccolo di un bambino, poi prendendo le misure precise anche della panchina di riferimento (per poterlo collocare al meglio N.D.R.) l’ho realizzato a grandezza reale. Allo stesso tempo ho creato un sito internet dove catalogare tutto il progetto, l’idea era cominciare con uno e crearne tanti. Ne ho parlato con alcuni amici, che poi sono diventati collaboratori, con l’idea di realizzare filmati e foto del momento dell’installazione, divulgando la notizia. Ho chiamato alcuni giornalisti e gli ho comunicato che avevo inserito una mia opera, puntualizzando che si trattava di una donazione, oltre che progetto di recupero urbano e sociale. Un’operazione invasiva fatta sempre in modo trasparente, indicando le credenziali sul cartellino di fianco alla scultura.

 

U: questo metodo forse è servito per “sveltire” il lento processo burocratico…

 

G: Purtroppo sì, poi soprattutto all’inizio, un artista nuovo che non è conosciuto non è tanto credibile. Questo è uno degli aspetti che mi ha fatto optare per i “blizt”, però con il tempo c’è stata sempre maggiore sensibilizzazione da parte delle amministrazioni, ma credo che continuerò saltuariamente anche con qualche “blitz”. Le sculture resistono e sono apprezzate dalla maggior parte della popolazione.

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U: C’è una scultura posizionata anche vicino all’ingresso di una scuola, un luogo abbastanza importante dal punto di vista simbolico, lì dove i ragazzi passano e osservano 

 

G: Sì, a Bologna. Quando la installai, era una domenica, furono chiamati i vigili che mi dissero che, dato che si trattava di arte, non avendo i permessi avrei potuto lasciarla ma avrei dovuto contattare l’amministrazione. Decisero di farmela tenere dopo la valutazione dell’idoneità del luogo scelto. Le sculture da montare erano due, una riservata alla zona vicino alla stazione, ma dato il precedente intervento delle forze dell’ordine decisi di non inserirla.

È andata molto bene comunque, c’è stato un buon riscontro a proposito, addirittura adesso gli danno anche dei soprannomi, come ad esempio il cinno (bambino in bolognese) della Bolognina.

 

U: Questa di Firenze è la prima installazione con due bambini insieme, quindi un punto di diversificazione rispetto alle altre…

 

G: Sì. L’idea iniziale era sempre legata alla volontà di installare a Firenze, una volta arrivata l’opportunità, dato che avevo alcuni pezzi già costruiti, ho deciso di inserirne due insieme.

 

U: Le tue opere hanno trovato posto all’interno di un parco a Pietrasanta dove sono presenti molti nomi illustri della scultura… 

 

G: In realtà si tratta di un itinerario creato dal comune, un parco a cielo aperto di opere donate dagli artisti alla città. Delle mie ne sono state approvate due, una davanti alla scuola elementare e l’altra inserita all’interno dello skate park.

 

U: Ci sono altri progetti in corso o in cantiere? Vorresti “invadere” altri paesi anche in Europa? Ci potrebbe essere un paese che ti può interessare di più, anche alla luce del tuo recente viaggio in Sud America e in Marocco?

 

G: Progetti ci sono ma non ne parlo mai prima delle installazioni. Continuerò ad installare in Italia e fuori, l’idea sarebbe metterle un po' in tutto il mondo, dall’Africa all’America latina. Recentemente, collaborando con una galleria in Danimarca ho inserito una scultura in un parco. Piano piano mi piacerebbe andare anche altrove, come ad esempio Spagna, Germania o Francia.